La memoria visiva
Se “Ritorno alla vita” strappava gli oggetti dalle rovine per rimetterli in vita in studio, “La memoria visiva” fa l'opposto: lascia gli oggetti là dove sono e li trasforma in schermi.
L'idea alla base di questo secondo atto, realizzato nel 1999, è che sulle cose sia rimasta l'impronta di quello che hanno visto. Non siamo noi a proiettare ricordi su di loro. Sono loro a restituirci il loro vissuto.
Poggioreale reclama così la sua storia tragicamente interrotta nel gennaio del ‘68.
Ferreri cambia completamente approccio fotografico. Non più still life in studio, ma installazioni tridimensionali realizzate sia tra i ruderi che in studio, con l'uso dell'_emulsion lift_: il distacco della gelatina fotografica Polaroid e il suo trasferimento, come una seconda pelle, direttamente sulla superficie dell'oggetto.
Il pavimento in cotto mostra l'immagine degli scarponi chiodati che lo hanno calpestato. Il sedile di una sedia Thonet restituisce l'immagine di una porta murata e invasa dalle sterpaglie. Un vassoio ingiallito si riempie di nuovo della frutta di Martorana che ha contenuto per trent'anni. Un frammento di cornice in stucco trattiene l'immagine della donna affrescata sul soffitto della stessa sala. I vetri di una finestra su Corso Umberto riflettono ancora il prospetto della chiesa di fronte, anche se la chiesa non c'è più. Le piastrelle bianche di una cucina ridanno alla luce la carta stropicciata del sapone Wonson.
Tra le pieghe, le lacerazioni e le trasparenze della Polaroid spellicolata, il ricordo appare e prende forma. L'oggetto non è più rappresentato dalla fotografia. È la fotografia che abita l'oggetto, trasportandolo in un nuovo sistema linguistico. Icona di una memoria mai svanita.