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Palermo Pandemia

*Palermo pandemia* è l'after day. Se “In Sicilia.Cronache del paesaggio ultimo” documentava l'ultimo paesaggio prima dell'erosione, qui siamo già oltre. Siamo dentro la cesura.

Le fotografie sono state realizzate durante il lockdown Covid-19, nei giorni del silenzio obbligatorio. I luoghi che da sempre associamo al sovraffollamento, al rumore, al brulichio — Ballarò a metà mattina, il Capo, il Politeama, il Foro Italico, la stazione, via Libertà — sono completamente deserti. Non c'è una persona. Non un cane. Non un'auto di passaggio. Solo gli edifici che rimangono a guardare.

È una Palermo mai vista eppure stranamente familiare, perché è la città spogliata della sua funzione teatrale. Senza l'umanità che la abita, l'architettura perde la sua misura domestica e rivela la sua natura monumentale e insieme fragile. I palazzi nobiliari, le chiese barocche, i palazzoni popolari, i chioschi chiusi, le saracinesche abbassate: tutto appare come un fondale, una scenografia in attesa che qualcuno rientri in scena, o come un reperto di una civiltà appena estinta.

La sensazione, volutamente, è apocalittica. Non nel senso spettacolare del termine, ma in quello etimologico: “apokalypsis”, rivelazione. Il virus, invisibile nelle foto, rivela ciò che la città è quando noi non ci siamo. E ci costringe a chiederci quanto di quel pieno fosse necessario e quanto fosse solo ingombro.

Ferreri lavora per sottrazione assoluta. Niente effetti, niente retorica del vuoto estetizzato.

La luce scelta da Ferreri è sempre la stessa: l'ora blu, tra il rosa polvere e il blu cobalto, con i lampioni già accesi e il cielo ancora chiaro. Una luce sospesa, apocalittica, che trasforma ogni luogo in un set abbandonato. Le prospettive sono centrali, quasi frontali, come se l'obiettivo volesse misurare l'assenza. Non c'è pietas, non c'è denuncia. C'è la constatazione fredda e dolorosa di un'umanità sospesa.

In questo senso “Palermo pandemia” è il negativo necessario degli altri lavori: se prima il paesaggio era minacciato dall'eccesso di presenza umana — abusivismo, autostrade, illuminazione — qui è minacciato dalla sua totale assenza. Ed è forse ancora più inquietante. La città ci appare come dopo un esodo biblico, come Pompei il giorno dopo, senza cenere.

Rimangono solo gli edifici. Testimoni muti di una vita interrotta, in attesa di capire se torneremo gli stessi.

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