Le Pietre di Palermo
Nelle foto del centro storico di Palermo non c'è traccia di umanità, non ci sono gli uomini.
Gli uomini appartengono ad un'altra dimensione, ad un'altra categoria della natura e della creazione. Ad un'altra pagina dell'Atlante. Ci sono le pietre, segni secolari e rassegnati di civiltà disciolte. Sicilia? Sudamerica? Oriente? Dove barcollano queste pietre? Hanno dimensioni dilatate e imprecisabili. Solo per accidente Sicilia. I ruderi potrebbero ammiccare da città sepolte ai margini delle foreste equatoriali, nel Tropico dell'indifferenza.
Ezio Ferreri fotografa il centro storico - Albergheria, Ballarò, Kalsa, Vucciria , con banco ottico 10x12 in bianco e nero. Sono i ruderi dei bombardamenti del 1943 mai ricostruiti, i crolli per abbandono, gli sventramenti del sacco. Ma fotografati in quel modo smettono di essere documento urbanistico. Diventano geologia.
Tre archetipi ritornano:
Il muro come stratigrafia. Muri di conci di tufo squarciati che mostrano intonaco, mattoni, pietra, vuoto. Una nicchia gotica murata con pietrame informe. Finestre diventate feritoie. Il tempo non è storico, è minerale.
Il portone e il balcone come soglia cieca. Portoni enormi di legno corrosi, con lo sportellino divelto da cui si intravede un ricciolo barocco. Balconi nobili murati con blocchetti di cemento. Porte-finestre sbarrate con assi. Palazzi con solo le facciate in piedi, scale sospese nel vuoto che non portano più a nulla.
L'oggetto fuori scala nel vuoto. Un camioncino parcheggiato sotto un rudere di dieci metri. Una Panda sola in uno slargo di basolato deserto. Un'auto bruciata davanti a una fontana barocca. Una scritta “E' RABBIA E' AMORE”. Un cartello “FILETTO 1° TAGLIO 12.000” sopra le macerie di un crollo che ha causato un morto. È il Tropico dell'indifferenza: la vita continua accanto, non dentro.
Luce meridiana, dura, invernale. Ombra netta, cielo bianco bruciato. Linguaggio rigorosamente topografico: centrale, frontale, altezza uomo, nitidezza assoluta, nessun uomo in campo. Le pietre restano, rassegnate, da un'altra pagina dell'Atlante dove noi non siamo più previsti.